Makwala, corse e ricorsi dell'atletica

09 Agosto 2017

Dopo lo stop avuto dai medici per 48 ore, il velocista del Botswana ha corso da solo la batteria dei 200 ai Mondiali di Londra. Ecco altri casi di riammissione nella storia: dalla giavellottista Alafrantti alla 4x100 donne USA.


 

di Giorgio Cimbrico

L’atletica passa per essere uno sport lineare, semplice: vince chi in pista ha la meglio su un gruppo di avversari, chi lancia o salta più lontano o più in alto. Non è sempre così e l’archivio può essere aperto dal “caso Alafrantti”. 1990, Europei di Spalato nello stadio che, poco tempo dopo, verrà sfregiato dagli obici. Nelle qualificazioni del giavellotto la finlandese Paivi Alafrantti non raggiunge la misura richiesta, ma uno dei suoi lanci diventa oggetto del reclamo dei dirigenti di Suomi: il giudice aveva stimato che il giavellotto fosse caduto piatto e aveva alzato la bandiera rossa. “Andate a vedere la ripresa – è il succo della protesta – e vedrete che tocca con la punta”. L’esame del filmato dà ragione ai finlandesi. Misura non ce n’è ma le immagini stabiliscono che Paivi era arrivata al di là della linea che dava accesso alla finale. Non è difficile immaginare chi vinse il titolo: lei, con una gran botta a 67,68, lasciandosi alle spalle le tedesche est Karen Forkel (a 12 cm) e Petra Felke.

Sempre a Spalato venne ammesso alla finale chi non aveva raggiunto il traguardo e la decisione fece un certo scalpore: Peter Elliott, caduto nella semifinale dei 1500, venne ritenuto degno dalla giuria di correre il turno decisivo in ragione della sua posizione nelle classifiche di stagione e del danno che aveva subito. Sembra che lo stesso Elliott non fosse felice del verdetto, ma prese ugualmente il via, finendo quarto nella gara vinta, dopo furibondo finale, dal tedesco est Jens-Peter Herold su Genny Di Napoli e sul finisseur portoghese Mario Silva. Peter, detto il Rosso, prese la sua parziale vendetta un anno dopo piegando Herold nei 1500 di Coppa Europa, al Waldstadion di Francoforte.

Negli ultimi tempi si è assistito a un piccola serie di… gare a cronometro: una delle protagoniste, Angela Tenorio, velocista ecuadoriana. Ai Mondiali under 20 di Eugene, tre anni fa, viene ingiustamente “accusata” di falsa partenza e squalificata. Scagionata dopo ricorso e riesame del filmato, corre in solitario, guadagna la finale ed è seconda alle spalle della britannica Dina Asher-Smith.

Prima della galoppata londinese di Isaac Makwala, risanato e uscito dalla quarantena (meglio in italiano: isolamento) e ammesso a correre una batteria che non aveva corso e che è stata inventata lì per lì per lui, l’altro caso investe la staffetta 4x100 delle ragazze Usa a Rio: estromesse per cambio irregolare, vennero recuperate dopo che le immagini stabilirono che le brasiliane le avevano danneggiate. Così, dopo aver superato una prova contro se stesse – e il cronometro – approdarono alla finale. Vinta.

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