Faloci, Prinetti, Anesa: a scuola di lanci

05 Febbraio 2018

L'intervista ai tre lanciatori delle Fiamme Gialle ospiti delle Scuole di atletica CR Lazio.


 

Sono alti, forti e col sorriso facile. Giovanni Faloci, Giulio Anesa e Lucia Prinetti: i tre lanciatori delle Fiamme Gialle si immergono, per il progetto “A Scuola con gli Azzurri”, tra i ragazzi delle Scuole di Atletica Leggera. Le espressioni degli iscritti sono sempre le stesse: timore per i più piccoli e timidezza per i grandi ma i giganti vestiti di giallo sono campioni anche nel catturare l’attenzione e nell’incanalare le loro energie in quel gesto usato fin da quando l’uomo è sulla terra, il lancio. Ed è subito tutto un volare di martelli e dischi sui campi della Stella Polare, Tor Tre Teste e delle Terme di Caracalla.

Ma la disciplina simbolo dell’atletica non era proprio il discobolo? A seguire l’intervista ai tre atleti ospiti per un pomeriggio delle Scuole di atletica del CR Lazio.

 

Questa sarà un’intervista a 3, agli altri 2 ospiti delle altre Scuole stanno ponendo le stesse domande. Che messaggio vuoi mandare a Lucia, Giulio o Giovanni?

Prinetti: Ho con tutti un bellissimo rapporto, un saluto e un augurio a tutti loro.

Anesa: Ragazzi un occhio di riguardo per Giovanni, fidatevi di lui!

 

Come è avvenuto il tuo ingresso nel mondo dell’atletica e quando hai capito che saresti stato un lanciatore?

Faloci: Ho iniziato a 17 anni con il peso, il disco lo provai quasi per sbaglio. Un collega di lavoro un giorno mi spinse a provarlo e il mio allenatore mi trascinò subito in questo mondo.

Anesa: Grazie ai Giochi sportivi studenteschi, in terza media, col lancio del vortex. Convinto da questo sport ho cercato una Scuola di atletica come questa e subito mi hanno messo in mano un peso, disciplina in cui ancora sono completamente negato. Poi il mio allenatore ha voluto farmi provare il disco e sembra che abbia indovinato!

Prinetti: Tutto è iniziato 6-7 anni fa. Subito mi hanno messo in mano un peso, poi per caso i miei allenatori hanno provato a farmi lanciare il martello e provando e riprovando sono arrivate tante soddisfazioni.

 

Perché i lanci possono essere considerati le discipline più eleganti dell’atletica? E qual è la sensazione che si prova al rilascio?

Anesa: Sicuramente tutto parte dall’approccio che si ha in pedana prima del lancio, io seguo questo iter: concentrazione, visualizzo i movimenti da fare durante il lancio, guardo un punto nel prato dove voglio arrivi il disco e poi via, tutto questo ti porta ad un’emozione fortissima quando senti il disco uscire bene. A volte poi capita di sbagliare e sicuramente c’è rabbia sapendo di aver dato solo una parte di quello che potevi, ma il buon lancio è davvero una sensazione unica.

Faloci: Quando senti che il lancio è buono ti dimentichi di tutte le fatiche patite e della lunga e impegnativa preparazione che hai alle spalle

Prinetti: Il martello è un gesto elegante, armonioso, progressivamente diventa sempre più veloce, un po’ come una danza. Al rilascio senti che tutta la forza fluisce nel martello e niente…speri arrivi il più lontano possibile (ride).

 

C’è un gap nei lanci tra noi e gli altri paesi. Qual è la soluzione per colmare questo divario?

Anesa: A mio parere il paese dei lanciatori è la Germania, dove la differenza la fanno strutture e metodologie di allenamento. Il mio team, le Fiamme Gialle, organizza numerosi raduni ed è sicuramente una buona base di partenza ma bisogna necessariamente che migliorino tutti e che ci siano più lanciatori.

Faloci: In Italia un po’manca la cultura sportiva purtroppo mentre negli altri paesi viene praticato molto quasi esclusivamente nelle scuole, i ragazzi si presentano sui campi già strutturati fisicamente e già dotati di capacità di base ben sviluppate. Molti istruttori hanno difficoltà a trovare ragazzi disposti a lavorare come si deve, viviamo su qualche “miracolo” ma spesso i migliori li perdiamo per strada.


Magari possono mancare le strutture ma tutto parte dalla scuola.

  

Qual è l’aspetto più importante del nostro sport che credi dovremmo tramandare ai nostri ragazzi?

Prinetti: Quello che ho ripetuto oggi ai bambini è che devono fare le cose con piacere perché solo così può nascere qualcosa di positivo e duraturo.

Anesa: La lealtà e spirito sportivo, perché si inizia per puro diletto, senza pensare a vincere, poi col tempo si aggiunge la forza di volontà, che ti spinge a fare sempre di più e a valorizzare il lavoro che fai senza ricorrere a mezzucci come doping e altre cose che hanno ben poco di sportivo o leale.

Faloci: Rispetto e lealtà tra avversari, sono valori che vanno riportati anche fuori dalla gabbia in cui si lancia. L’avversario si rispetta sempre, così come chiunque altro nella vita di tutti i giorni.

 

La tua vittoria o gara più bella o che semplicemente hai più a cuore?

Prinetti: Non posso dimenticare le Olimpiadi giovanili del 2014 a Nanchino, raggiunsi un risultato inaspettato, oltrepassai i 70 metri ed è probabilmente stato lì che ho capito cosa volevo continuare a fare.

Anesa: Beh ricordo la prima gara sicuramente, agitatissimo, non andai oltre i 24 metri ma fu il primo gradino. Poi assolutamente la prima presenza internazionale, i mondiali allievi. Più precisamente ricordo il quarto lancio degli europei juniores dove ho firmato il nuovo primato italiano nel disco.

 

Lucia sei sempre riuscita a conciliare sport e studio?

Ripensandoci adesso non so come abbia fatto, mi sono diplomata un anno fa. Andavo a scuola, poi al campo e subito dopo a casa per studiare e fare i compiti del giorno dopo. Fondamentale l’impegno che metti perché se non dai il massimo non riesci a raggiungere il meglio.

 

C’è una disciplina diversa dalla tua che avresti voluto provare?

Faloci: Il martello sicuramente. Sul peso ho gareggiato più spesso però e magari applicando mici un po’ di più sarei riuscito a togliermi qualche soddisfazione.

Anesa: In caserma vedendo Fabrizio Donato non può non venirti voglia di fare salto triplo. Lui non salta, vola, e se madre natura mi avesse aiutato dandomi quel fisico sarebbe piaciuto volare anche a me.

 

Giulio nel novembre 2016 è arrivato l’arruolamento e ti sei trasferito in caserma. Com’è cambiata la tua vita da atleta?

Non solo è cambiato l’approccio all’atletica ma anche quello alla vita. Mi alleno 2 volte al giorno per un paio d’ore a seduta e cerco di dare tutto me stesso in quello per cui sono pagato. L’ambiente in caserma ti dà il 20% in più, sei più motivato e spero di poterlo continuare a fare ancora per molto tempo.

 

Che consigli sentiresti di dare a questi ragazzi che si stanno avvicinando al mondo dell’atletica?

Prinetti: A loro posso dire semplicemente di continuare così, di impegnarsi perché se c’è la volontà sono già a metà strada.

Anesa: Di buttarsi fino in fondo in ogni disciplina dell’atletica e di scegliere con la loro testa la cosa in cui si sentono di poter dare di più.

 

Hai mai avuto un atleta guida o un modello che abbia influito sul tuo percorso?

Anesa: Da bravo discobolo ho sempre sognato di lanciare come Robert Harting, ad oggi ancora non ci riesco e 70 metri di disco non sono pochi (ride). Primo tra tutti,  per i valori che ho elencato prima, c’è il mio compagno di allenamento Giovanni Faloci.

Faloci: Diego Fortuna e il suo allenatore, Silvano Simeon, scomparso prematuramente nel 2010. Sono i pilastri che hanno retto e ancora reggono la mia carriera, importanti non solo per me ma anche per il mondo dell’atletica e dello sport.

 

Lucia, che immagine ti porterai via dalla Scuola?

Ho visto la curiosità di questi ragazzi, all’inizio un po’ intimoriti poi hanno cominciato a mettersi alla prova per decidere chi fosse il più forte. La cosa che mi è rimasta più impressa è appunto la mancanza di questo timore che normalmente c’è, specialmente davanti ad un invitato.

 

A cura di: Lorenzo Minnozzi, Arianna Latini, Barbara Cioeta e Alessia Manfredelli

 




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