Giovanni Bellini, l'atleta modello incontra le Scuole

01 Dicembre 2017

Campione italiano nel giavellotto ed invitato speciale alla Scuola del Paolo Rosi per il progetto A Scuola con gli Azzurri, racconta il suo percorso e le sue esperienze nel mondo dell'atletica.


 

Una giornata al Paolo Rosi con Giovanni Bellini, quarto atleta assoluto in Italia e campione italiano promesse di lancio del giavellotto. Un ragazzo umile, dedito al lavoro e all’allenamento che sogna il professionismo e che si sacrifica ogni giorno per raggiungere quell’obiettivo. Fin dalla giovane età cresciuto nel vivaio di livello dell’attuale Studentesca Andrea Milardi di Rieti, ora sotto l'attenta guida di Claudia Tavelli, responsabile regionale del settore lanci ha oltrepassato la barriera dei 70m con 71,89m. Oggi è il testimonial per la Scuola del Rosi, cercando di essere un esempio per tutti i ragazzi che hanno visto volare quel giavellotto, per lui carico di esperienze ed emozioni.

Tra tutti gli invitati delle Scuole di Atletica Leggera finora sei il più giovane. Com’è per te, ancora studente, essere d’esempio a tutti questi giovani che sono qui oggi?

Oggi sono stato con ragazzi poco più piccoli di me e quindi premetto dicendo che mi metto sul loro stesso piano, anch’io sono stato prima di tutto uno di loro e si rende conto delle difficoltà e dei dubbi che assalgono la nostra generazione. Sport e studio non sono sempre conciliabili e a scuola non si dà più molta importanza all’educazione fisica, quindi questi giovani vengono al campo d’atletica, uno dei migliori ambienti secondo me e non solo sviluppano le capacità fisiche ma soprattutto quelle che ti spingono a pensare prima di muoverti.

Hai parlato di te, un giovane. Come si svolge la tua giornata tipo?

La maggior parte dei miei giorni iniziano con una sveglia alle 7, una buona colazione e comincio le mie attività universitarie in quanto frequento l’Università degli Studi di Roma del Foro Italico dove passo mezza giornata e tutta la settimana. Dopo una pausa pranzo comincia la parte dell’allenamento, circa tre ore al giorno, volo a casa, una bella doccia e mi fermo un po’ ad informarmi tra notizie e studio.

Ti sei trasferito a Roma quindi.

Sì ormai da più di due anni, anche se la mia città di origine non è così lontana. Rieti è un bella città dove la cultura dell’atletica è ben radicata da più di 50 anni tanto che è sempre piena di campioni. Quello è stato il primo stimolo che mi ha portato al campo da piccolo oltre a mio padre, immaginate di allenarvi e crescere vicino a gente come Andrew Howe, atleti di fama internazionale, a noi bambini veniva spontaneo chiederci “perché non posso essere anch’io come loro?”. Poi non è detto che ogni ragazzo che cominci a fare atletica abbia quello come obiettivo, lo sport ti può dare infiniti sbocchi lavorativi e a volte fare l’atleta è solo uno degli ultimi pensieri.

Hai parlato di Rieti, la tua città, in cui tutto è cominciato. Qual è stato il tuo percorso lì e chi ti ha iniziato all’atletica leggera?

La mia prima allenatrice è stata Vittoria Milardi, una fantastica insegnante, che doveva tenere insieme tante teste ma soprattutto tante teste calde. Smaniavamo di fare e muoverci, ma molto spesso la mano si muoveva prima ancora che glielo dicesse la testa e troppo spesso anche la lingua era più veloce, lì nascevano certi litigi! Poi a 15 anni sono passato tra le mani di Gianmarco Vitagliano, un tecnico di lanci ed ex-giavellottista. I primi tempi non sono stato ben visto con la nomina di giavellottista, ricordo che la mia prima gara feci 24m qui, al Paolo Rosi, a pochi metri da dove stiamo parlando. Era il 2010 e dai 24m sono passato sette anni dopo a 71m, di strada ne ho fatta, anche i problemi tanti ma molte di più le soddisfazioni a partire dal minimo per i campionati italiani, poi la finale, quest’anno a vincerli finalmente, fino a guadagnarmi per la prima volta la maglietta con la scritta Italia sul petto. Se ripenso a tutto quello che è stato mi sento ripagato in pieno di ogni fatica.

Cresciuto in questo ambiente fantastico che è il Guidobaldi hai vissuto pienamente la figura di Andrea Milardi. Che immagine hai di lui?

Andrea era ed è con la sua immagine, il condottiero dell’atletica studentesca a Rieti, società che ora porta il suo nome in seguito alla sua prematura scomparsa, persona a cui i nostri risultati vengono ancora oggi dedicati. Uno dei pochi istruttori che ci ha sempre richiamato all’attenzione, che ci veniva a prendere a casa per portarci al campo, che ci dava quello schiaffetto correttivo quando ce n’era bisogno (aveva anche l’appoggio di mio padre per questo, altro atleta tra le sue schiere).

Possiamo dire che qui ti alleni come un professionista?

Diciamo un semi-professionista, non percepisco uno stipendio, quello sarebbe un sogno e finché non potrà essere una fonte di sostentamento primaria avrò anche altre attività a cui render conto. Siccome l’atleta non è una professione che ti permette di fare troppe attività perché comunque le energie fisiche e mentali spese nella vita di tutti i giorni e in ogni allenamento sono notevoli. Anche solo andando a letto ripensando a certe dinamiche, certi gesti tecnici ti stressi. Mi azzardo a dire che con quella vita non mi potrei permettere di sporcare troppo il tutto con una vita sociale sfrenata, ci sono delle rinunce che chiunque deve fare se imbocca quella via. Poi si tratterebbe di essere un esempio per tutti i ragazzi che ti seguono e guardano, quindi sicuramente niente alcolici né fumo, oltre che per un discorso di salute, soprattutto educativo. In quel momento diventi l’immagine di un atleta che molti vorrebbero diventare quindi non si sgarra, sarebbe anche moralmente sbagliato.

Spesso si corre ai ripari sentendo le parole “specializzazione precoce”. Credi che questa problematica sia applicabile anche ad una disciplina complessa come il lancio del giavellotto?

Sicuramente qualunque cosa  si cominci “presto” viene metabolizzata prima, rendendo certi movimenti automatici in minor tempo. Quando cominci a lanciare il giavellotto per la prima volta ti potrà sembrare la cosa più difficile del mondo perché non riesci a capire come imprimere la tua velocità in quell’attrezzo. E’ chiaro che come ogni altra attività prima si inizia prima si migliora perché sono tanti i gesti da imparare nell’atletica ma entro certi limiti. Io vedo molto il giavellottista come un super-atleta, rispetto magari ad un mezzofondista, non perché una disciplina sia più facile o difficile dell’altra ma perché richiede capacità specifiche diverse. Il giavellotto ti permette di sviluppare tutte le capacità coordinative (equilibrio, ritmo, reazione, ecc. n.d.r.) fin da giovanissimo ed è in quella finestra temporale su cui bisogna intervenire per svilupparle dopo è difficile recuperarle. Sicuramente il cervello poi è plastico e il fisico anche a 18 anni darà una risposta positiva ad un allenamento, il giavellotto però ti dico che sicuramente è meglio iniziarlo abbastanza presto, già dai 13-14 anni. E poi immagino sia così anche per imparare ad impugnare una forchetta (ride).

Quanto è importante per un ragazzo crescere in un ambiente come quello che ha il Paolo Rosi e qualunque altra Scuola di Atletica Leggera?

E’ fondamentale ma non esclusivamente per l’apprendimento motorio, soprattutto sotto il profilo psicologico grazie ai tecnici federali. Ricordo che quando ero più piccolo mi domandavo come mai non fossi veloce come altri miei compagni, nessuno però mi dava una ragione e questo invece è fondamentale per un giovane atleta, crescere nel giusto ambiente con i giusti stimoli. Poi per quanto riguarda me sono dell’idea che chiunque può farcela specialmente qui, nella Scuola che sicuramente darà un contributo maggiore a quello che sarà l’aspetto prestazionale dell’atleta ma anche e soprattutto all’aspetto psico-sociale del soggetto. E non dimentichiamoci che l’educazione ed il rispetto sono alla base dell’insegnamento di ogni sport, in questo che è uno sport individuale siamo portati a pensare che dobbiamo fare tutto da soli quando in realtà ci rendiamo conto che solitari valiamo poco e che dobbiamo fare affidamento sugli altri, a chi ci dà consigli o anche solo a chi è pronto a strapparci un sorriso.

Il momento più soddisfacente della tua carriera?

Molti pensano che il miglior ricordo di un atleta sia esclusivamente legata alla propria miglior prestazione di sempre. Per me non è così. Dopo anni di sacrifici e allenamenti in questa stagione mi sono potuto mettere la maglietta di campione italiano e quella è stata la gioia più grande, nonostante la mia prestazione non fosse una delle migliori sono riuscito quella volta a sconfiggere le ansie e le paure che ho sempre provato alle finali nazionali e con un gran risultato finale. Quello che sarà uno dei prossimi obiettivi poi sarà di rifarmi sul campo internazionale perché quella è una situazione che ancora faccio fatica ad affrontare. Questa prima esperienza agli europei under 23 di Bydgoszcz ha un po’ rivangato quelle paure ma che so affronterò di petto già alla prossima competizione.

a cura di Lorenzo Minnozzi


Bellini con i ragazzi delle Scuole


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